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Il nostro più grande limite? La paura della libertà (Gioia, 2006)
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L’uomo non comincia con la libertà, ma con il limite

e con la linea dell’invalicabile.

(Michel Faucault)

Di che cosa parliamo quando parliamo di limite?

Il vocabolario usa, per questa parola, sinonimi quali “confine”, “barriera”, “termine”, ma anche “freno”, “blocco”, “ostacolo”, “vincolo”, “condizione”, attribuendole un significato prevalentemente negativo, quasi che il limite fosse solamente un “segnale di fine”, una specie di orlo del precipizio.

Se però è vero, com’è vero, che in natura nulla finisce mai, ma tutto si trasforma, capiamo subito quanto impropria sia una simile interpretazione, che cercheremo qui di modificare affrontando il concetto con maggiore elasticità.

Ciò che noi chiamiamo limite, i Cinesi lo identificano con il termine “crisi”, che essi scrivono con un ideogramma nel quale vengono espresse contemporaneamente l’idea di “fine”, ma anche quella di “inizio”.

Sembra che abbiamo parecchio da imparare dagli orientali in fatto di elasticità; basti pensare al modo in cui essi, differentemente da noi, si rapportano alla morte, che è, in fondo, il “limite per eccellenza” della vita.

Se infatti per il pensiero occidentale la morte è un limite invalicabile, la “fine” della vita, appunto, in Oriente si preferisce considerarla piuttosto come una “soglia” fra la fine di un ciclo di esistenza e l’inizio del successivo, come semplice “passaggio” fra due dimensioni di un’unica Vita infinita.

Proprio questo concetto esprimeva il grande cartellone pubblicitario di una nota azienda telefonica, che mi è capitato di notare qualche giorno fa, mentre procedevo in auto nel traffico milanese.

Il cartellone raffigurava un cielo azzurro trapunto di nuvole bianche, nel bel mezzo del quale campeggiava l’immagine di un foglio di carta, raffigurante nient’altro che una porzione del medesimo cielo.

Lo slogan, poi, era di quelli che hanno l’immediatezza di un lampo: “A che cosa serve un confine?” diceva “Ad essere superato”.

Tanti complimenti al pubblicitario per la sua sintesi: 9 parole gli erano bastate per risolvere un tema tanto complesso e impegnativo come quello del limite.

In effetti, se ci pensiamo bene, un limite è di certo qualcosa che apparentemente scinde, divide e separa due unità (sia che si tratti di cose, persone, luoghi, o momenti) ma che allo stesso tempo le pone, per così dire, in relazione fra loro, mettendole a confronto, unendole e creando in definitiva un nesso, una “continuità”.

L’elegante intuizione del pubblicitario contiene inoltre l’insegnamento taoista che “tutto è uno” e ci mostra che il limite, a qualsiasi contesto lo applichiamo, non è qualcosa che interrompe, ma piuttosto qualcosa che collega e tiene insieme parti differenti di un medesimo sistema.

Proprio come la pausa che inframmezza due respiri, o il silenzio fra due suoni, che è la base del ritmo, questa “barriera ideale” serve più che altro come segnale di un cambio di frequenza, di un salto quantico e, in ultima analisi, di una comunicazione fra dimensioni differenti.

Il cielo azzurro, insomma, non sta soltanto sopra di noi, ma anche dentro di noi. E i limiti che percepiamo nella realtà che ci circonda, hanno la loro radice profonda nel nostro cuore.

“Conosci te stesso”, ci hanno infatti raccomandato, senza mai stancarsi, i grandi saggi della storia.

Se la vita di cui facciamo parte è quel sistema infinito che a malapena riusciamo a immaginare, allora qualsiasi scansione che applichiamo alla realtà, altro non è che una chiave di lettura, un espediente attraverso cui cerchiamo di cogliere, di volta in volta, un significato almeno parziale, ben sapendo che quello globale ci è negato, a causa dei nostri mezzi cognitivi e percettivi insufficienti.

Ecco dunque che l’uomo – essere limitato, chiamato a confrontarsi con un sistema universale illimitato – si ritrova a dover dividere tale sistema in parti, per poterne comprendere il senso, proprio come fa un bambino col proprio giocattolo, quando lo smonta per capirne il funzionamento.

Ma come agisce dunque il limite nell’ambito che più direttamente ci interessa, vale a dire in noi stessi, nella nostra personalità e nella nostra esperienza di vita?

Scrive lo psicologo James Hillman nel suo saggio “Il codice dell’anima”: “Ogni persona è portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta”.

Ebbene, lo sforzo di riconoscere tale unicità passa precisamente attraverso il riconoscimento dei nostri limiti personali.

Esiste infatti una linea di demarcazione fra la nostra dimensione “singolare” di individui (il nostro Io) e quella “plurale” della nostra anima (il Sé superiore) che ci collega all’universo.

Tale limite è lo snodo fra la nostra personalità individuale e quella indistinta e onnicomprensiva di Dio.

Vivere appieno la nostra unicità è lo scopo stesso della nostra vita, ma il perseguimento di tale scopo è lento e faticoso e procede per gradi, superando un limite dopo l’altro, come un’atleta impegnato in una corsa ad ostacoli.

Per capire come un limite può agire e condizionarci, proiettandosi nella realtà che ci circonda, e come sia difficile riconoscerlo e accettarne la sfida, ma anche che cosa la sua presenza implichi in concreto, prenderò ad esempio una persona di mia conoscenza, che indicherò con uno pseudonimo per motivi di riservatezza.

Antonella è una bella ragazza di 30 anni, intelligente, sensibile, spiritosa e davvero molto in gamba. Ha da poco conseguito una buona laurea e sta ora facendo pratica per diventare una professionista. Non riesce però, malgrado molti sforzi, a rendersi del tutto autonoma, come desidererebbe, dalla sua famiglia d’origine, per via di tutta una serie di difficoltà che sembrano impedirglielo.

Nel ruolo professionale che attualmente ricopre, Antonella guadagna molto poco, perciò la sua aspirazione è quella di riuscire, un giorno, a mettersi in proprio. Per fare ciò tuttavia, deve prima superare un difficile esame di stato, che ha già tentato diverse volte senza successo, pur essendo di fatto molto preparata.

Antonella vorrebbe inoltre lasciare la casa dei genitori per andare a vivere con il fidanzato.

Con quel poco che guadagna però, non può permettersi di pagare un affitto e quanto al suo compagno, egli non è in grado di sostenerla, in quanto non economicamente indipendente. E’ infatti un musicista non professionista e, seppure di qualche anno più vecchio di lei, a sua volta è “costretto” a vivere ancora a casa dei genitori.

Va sottolineato che entrambi sono figli unici e che entrambi soffrono per una situazione di conflitto con la famiglia d’origine.

Ma perché Antonella incontra tante difficoltà lungo la strada della sua realizzazione personale e sociale? E soprattutto, che cosa possono insegnarle tali difficoltà?

Guardando la faccenda dal di fuori è piuttosto evidente che esiste prima di tutto una contraddizione  fra le cose  che lei dice di volere e le scelte che fa per ottenerle. La ragione di tale contraddizione è il mancato riconoscimento da parte sua di un limite interiore, di una parte di se stessa che Antonella si ostina a non voler ammettere né accettare.

Questo limite consiste precisamente nella sua paura di essere indipendente.

Proprio la cosa che crede di desiderare più d’ogni altra al mondo! Se ci fate caso, la sua ricerca di autonomia si esprime infatti a livello molto superficiale, soprattutto in forma esteriorizzata, poiché di fondo manca una seria determinazione a liberarsi dell’influenza familiare.

Un’influenza, si badi, che Antonella non subisce realmente, ma che è lei stessa a ricercare con forza, a dispetto di quel che poi si racconta in proposito. La sua è anzi una famiglia che la rispetta, la sostiene e crede in lei quanto più non si potrebbe. Se facesse lo sforzo di ammettere che non sono i suoi genitori a condizionarla, bensì lei a necessitare di tale condizionamento come alibi per il suo non voler crescere, probabilmente risparmierebbe tutte le energie che spreca inutilmente, impiegandole invece nel vero perseguimento dei propri scopi. Al contrario, la nostra amica non fa che affannarsi per poter avere un aumento di stipendio, trovare vie traverse per passare il suo esame, cercare un affitto alla sua portata, o aiutare il fidanzato a sfondare, collezionando, com’è ovvio, una serie di fallimenti che accrescono ogni giorno di più il suo senso di frustrazione.

Convinta che la sua autonomia dipenda da fattori esterni (i soldi, la casa, i genitori, l’attestato di professionismo, il fidanzato) non si rende conto di aver costruito con le sue stesse mani la propria gabbia illusoria e che solo da lei dipende quindi la decisione di uscirne.

Ma Antonella preferisce negare il suo limite, resistendo a se stessa e in questo modo non riconosce il problema essenziale dietro i problemi apparenti: vale a dire la  propria dipendenza psicologica dalla situazione di comodità nella quale ha vissuto fino ad oggi. Se così non fosse, viste le sue innegabili qualità, le sarebbe facile affrontare un problema alla volta con il giusto spirito e ottenere in breve tutto ciò che desidera.

Ma per far ciò dovrebbe riconoscere che l’indipendenza che pretende di trovare fuori, le manca a livello personale, poiché è lei stessa a negarsela.

I suoi genitori infatti, sui quali riversa colpe e tensioni, sarebbero ben lieti di vederla agire finalmente in modo coerente e responsabile, rendendosi indipendente e realizzandosi per conto proprio.

Ma Antonella è troppo orgogliosa e troppo presuntuosa per ammetterlo: “pretende” a parole di voler fare tutto da sola, quando intimamente non è mai stata disposta a farlo davvero.

Perché, altrimenti, si accontenterebbe di un lavoro malpagato? Perché si presenterebbe all’esame di stato con l’atteggiamento di chi non lo passerà mai? Perché si sarebbe scelta un fidanzato con i suoi stessi problemi? Insomma, perché necessiterebbe di tanti pretesti dietro cui nascondere la sua paura di saltar giù dal nido e usare le sue sole ali per volare?

Eppure i suoi timori sono comprensibili, specie per chi, come lei, è cresciuto fra gli agi e i vezzi, unico erede di una famiglia adorante e iperprotettiva. Chiunque al posto suo faticherebbe ad affrontare una situazione nuova e meno rassicurante. Ma Antonella questo non se lo riesce proprio a perdonare.

Non riesce a riconoscersi nell’immagine di ragazzina ostinata e viziata, abituata a dar tutto per scontato, poiché questo aspetto inconscio della sua personalità è la cosa di cui più si vergogna e che perciò tende a mantenere nascosta. Quella ragazzina però fa parte di lei e tutto quello che chiede è di essere lasciata crescere.

Ma come, se non a partire dall’ammissione della sua presenza?

Invece di negarne l’esistenza, basterebbe dunque che Antonella l’ascoltasse, una volta tanto, affrontandola in virtù della maturità e dell’esperienza dei suoi 30 anni, affinché da limite, essa si trasformasse nella sua più grande opportunità di maturazione e autorealizzazione.

Il vero ostacolo non è infatti il limite che quella bambina rappresenta, bensì l’orgoglio e la presunzione che impediscono ad Antonella di riconoscerlo e quindi superarlo.

A proposito della presunzione, poi, l’esperienza mi ha insegnato che la sua forma più pericolosa e più subdola non è quella di chi dice “io sono” questo o quello, ma piuttosto quella travestita da senso di inadeguatezza e da falsa modestia di chi dice “io non sono”.

Il guaio di Antonella e delle persone che si comportano come lei, è che non manifestano la supponenza delle proprie qualità, ma quella delle proprie mancanze, usando le loro difficoltà come una scusa per chiamarsi fuori dal gioco. Quasi che su quelle difficoltà avessero diritto di esclusiva, quasi che non vi fosse intorno tutto un mondo, che ogni momento soffre quanto e più di loro, senza per questo smettere di girare. Di imparare dalle prove, di evolvere, di superarsi.

La forma di presunzione di cui parlo è un’ingratitudine profonda e un’inspiegabile forma di non-amore nei confronti della propria genuina essenza, il dono più grande che Dio ci abbia fatto al momento di metterci al mondo.

Queste persone si ostinano, viceversa, a sentirsi separate dalla loro parte più autentica. Proprio come Adamo ed Eva si sentirono a un certo punto separati da Dio, credendo di dover rubare ciò che era già loro e di necessitare di una punizione per rendersi conto dell’errore, mentono a se stesse e su se stesse, si nascondono, vergognandosi come ladre, quando sono – come siamo tutti – eredi legittimi del Regno di Dio e della sua Grazia, che notoriamente limiti non ha.

Dunque non stupisce che per queste persone un limite rappresenti non un’opportunità irripetibile di crescita, non una sfida da raccogliere e superare, ma una barriera insormontabile di egoismo, che li separa principalmente da se stessi.

Per fortuna, però, le vie del Signore sono davvero infinite ed esiste uno strumento infallibile di cui tutti disponiamo per abbattere tale barriera.

Questo strumento è l’amore, la forza prorompente che ci costituisce nel profondo e che ci rende sopportabile anche la più dura delle verità. Anche la verità sul nostro conto.

E’ l’amore infatti, a permetterci di sperimentare e godere pienamente della nostra singolarità. Quando ci innamoriamo di qualcuno, lo amiamo perché è unico e comprendiamo di esserne amati perché unici. Ma si tratta, una volta tanto, di un’unicità che non separa, ma che avvicina ed unisce. Forti del nostro amore, a quel punto, siamo disposti a tutto: riconoscere il nostro limite per oltrepassarlo, riconoscerci diversi dall’altro per cercare punti di contatto con esso, riconoscere perfino la distanza che dall’altro ci separa per provare a colmarla.

Miracoli dell’amore!

Perché dunque la stessa cosa non dovrebbe funzionare anche nel rapporto con noi stessi?

Forse, imparando ad amarci e ad accettarci anche nella nostra “relativa imperfezione”, saremo in grado di confrontarci con maggiore coraggio con la nostra verità individuale e magari arrivare anche a ringraziare il cielo per essere esattamente come siamo. Con tutti i nostri limiti, se Dio vuole!

“La vera libertà” dicono gli Angeli “comincia dal non avere più nulla da nascondere”. E allora, forse, somigliamo un po’ tutti ad Antonella e il nostro unico limite sta nella paura che abbiamo della libertà.

Giacché essere liberi, liberi per davvero, implica l’essere responsabili. Rispondere in prima persona di tutto ciò che siamo e che facciamo. Senza più un destino da maledire, senza più un Dio da temere, o un genitore severo, una malattia, una delusione da rivendicare.

Chiediamocelo tutti, dunque, ciascuno per suo conto, proprio adesso: ce la sentiamo davvero, noi, di essere liberi?